Recensione: La Piena – Self Titled 7″ EP

Allarme Piena!

In un turbine di voci urlate e gutturali, di chitarre in modalità motosega e di una batteria che sembra sputare bossoli, ci scoppia tra le mani il sette pollici dei La Piena, un progetto composto da 5 figuri provenienti dalla provincia di Grosseto.
Non parliamo certo dei primi cinque tizi pescati a caso per strada; infatti i La Piena constano di cinque membri, provenienti a loro volta da altrettante e differenti realtà, Vanz, Colonnelli, Scum, Malanga e Toxic Discomfort, e questa compresenza di diverse anime balza quasi immediatamente all’orecchio quando ci si imbatte per la prima volta in questo lavoro. Se da una parte i testi – una cloaca maxima di rancore e disprezzo – sono urlati in italiano, ricollegandosi direttamente a quelle formule tanto profonde quanto istantanee ed efficaci che hanno sempre rappresentato il tratto distintivo dell’hardcore più classico, le musiche ci conducono in territori differenti, vicino a pozze di acqua fetida e gorgogliante, circondati da un odore disgustoso e pungente. E’ proprio qui che emergono delle robuste influenze thrash e death metal, che mitigano la velocità ed aumentano considerevolmente il volume di fuoco di quest’arma vinilica.
Già l’attacco di Condannato, traccia d’apertura, ci dimostra come anche dalla Toscana ci possa arrivare una ventata di brezza gelata con una violenza in nulla dissimile a quella del death metal scandinavo, così come
penso sia letteralmente impossibile percorrere questi solchi senza imbattersi in urla, cupi anfratti o segmenti che non vi ricordino i mai abbastanza idolatrati Slayer, basta infatti ascoltare Squali – forse il miglior episodio del disco – per ritrovarsi in bilico tra Araya e soci e l’hardcore italiano più feroce di gruppi come gli Un Quarto Morto (qualora quest’ultimo nome non vi risulti familiare, provvedete al più presto. Mi ringrazierete. n.d.a.).
Una particolare e personalissima menzione d’onore per il formato – ebbene si, io amo follemente il dischetto da 7”pollici – oltre che per l’artwork che riprende e stravolge il tratto dei tatuaggi “traditional” in una rielaborazione lisergica e delirante. Signori e signore, quattro tracce, viulenza massima, e manate nel muso. Il disco esce in 150 copie, quindi fate andare quelle manine ed accattatevene una copia!

Rash

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