Recensione: Diciotto Mucche Uccise da un Fulmine – S/T

Ti ho mai detto la definizione di follia?

Ci sono nomi difficili da dimenticare, nomi che da subito mettono addosso un enorme curiosità. Ultimamente ho sentito molto parlare dei Diciotto mucche uccise da un fulmine, formazione hardcore trentina, e la mia curiosità è schizzata subito alle stelle. Sarà perché con gli anni Trento si è guadagnata un posto sull’olimpo dell’hardcore nostrano (con nomi come Grandine, Attrito, Congegno solo per citarne tre), sarà perché nel cercare informazioni sulla band ho scoperto che effettivamente le mucche non sanno che ripararsi sotto gli alberi durante un temporale è la scelta sbagliata… o forse semplicemente perché nel 2019 un gruppo con i coglioni di osare sotto tutti gli aspetti è una manna dal cielo. Eh si, perché se il nome della band vi attira sappiate che non avete ancora visto (e sentito) nulla. Diciotto mucche uccise da un fulmine è un disco strano nel miglior modo possibile, una piccola gemma che mi ha fatto sorridere ininterrottamente per tutti i suoi 40 e rotti minuti (lo stesso sorriso che feci quando anni fa ascoltai per la prima volta i System of a Down pensando fossero il gruppo più strano della storia), dal fantastico, quasi psichedelico intro elettronico “Disfudance” fino al capolavoro nel capolavoro, “L’uso sistematico della forza”. Il guitar work di questo self titled mi ha particolarmente colpito, con riff scritti in maniera molto ragionata, pompati da una produzione pienamente in stile hardcore (anche se hardcore è molto riduttivo per un disco con così tante influenze da così tanti generi) che mette in risalto una sezione ritmica devastante. Della voce, invece, è molto difficile parlare da una tastiera rendendone giustizia, il cantato in questo disco è eccezionalmente particolare con urla, monologhi, cori, voci altissime, voci bassissime che vanno ad enunciare dei testi al limite del sano, forse il maggior punto di forza di questo disco. Nichilismo, consumismo, bestemmialismo (?), un contenitore che al suo interno contiene un contenitore ed un piccione di nome Giacomo fanno di Diciotto mucche uccise da un fulmine un disco memorabile sotto ogni aspetto, perché è solo quando a fine ascolto passi minuti a chiederti “cosa cazzo ho appena ascoltato?” che capisci che il lavoro della band funziona pienamente. Stacco, convinto che le mie parole non abbiano reso giustizia ad un disco che va assolutamente ascoltato da se per coglierne ogni essenza, promettendo a me stesso di andare a vederli dal vivo il prima possibile (a tal proposito, i miei colleghi di radio punk ne parlano così) e citando l’unica domanda che mi sono posto a fine disco: “Ti ho mai detto la definizione di follia?”
Voto: 9/10
Recensione e traduzione by Teo

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