Intervista con Lanterna Pirata

La nostra chiacchierata con Gippy dell’etichetta genovese Lanterna Pirata

RP: Lanterna Pirata non è solo una distro, ma principalmente si occupa di produzioni e coproduzioni, con quasi 50 titoli all’attivo, come scegli i dischi da far uscire?
LP: Sono sempre partito dal presupposto che l’hardcore non fosse tanto un genere musicale, quanto un modo di fare le cose. Non c’è un vero e proprio “criterio unico” secondo al quale scelgo le uscite, se non una qualche forma di affinità umana e di gusti con le persone che hanno intenzione di fare un disco. L’hardcore parla. Usa la musica un po’ come “pretesto” e in tutti i gruppi in cui ho suonato e suono mi sono sempre occupato di scrivere i testi. Forse è questo l’aspetto che spesso mi colpisce maggiormente di una band e al quale presto maggiore attenzione. Mi concentro anche molto su realtà genovesi o liguri, perché ciò mi permette di seguire più da vicino tutto il processo di creazione di un disco e di conoscere meglio le persone che lo fanno. È sempre un bel modo per conoscersi meglio, anche tra persone che già si conoscono da molto tempo.

RP: Parlando con i Cocks è uscito fuori che gli negasti un aiuto con il loro primo ep nonostante foste amici e che quella sia stata la miglior cosa che potessi fare per loro, perché da quell’esperienza hanno imparato cosa vuol dire far da sé. Raccontaci.
LP: Tutto vero. Tra l’altro quello di sfornare il primo disco in autoproduzione totale e senza aiuti “esterni” è un consiglio che ho dato a moltissimi gruppi di amici negli anni (di recente è successo anche con gli amici ponentini FRATTURA). Il motivo è presto detto: autoproducendosi un disco dall’inizio alla fine, soprattutto se si è alle prime armi (e squattrinati), si è pressoché obbligati a dover considerare tutti i fattori che compongono la sua realizzazione, distribuzione e promozione. Ciò riguarda soprattutto il lato “discografico fisico”, che in un’era digitale, in cui viene data per scontata la fruibilità istantanea della musica, tende a venire trascurato. È un processo che ritengo fondamentale nella maturazione e crescita di un gruppo, perché porta a porsi molte domande e a confrontarsi riguardo al cosa si stia effettivamente facendo e al come lo si voglia fare, aiutando a sviluppare una sensibilità e delle competenze che sono imprescindibili per ogni collaborazione e progetto futuro.
 Nel caso dei Cocks direi che ha funzionato alla grande.

RP: Due band attive (CGB e LEISFA), un’etichetta discografica, co-organizzatore di Adescite fest, si può dire che la tua vita giri attorno alla musica, come e quando nasce il tuo interesse per il punk?
LP: Con mio fratello ci siamo avvicinati al punk volente o nolente prima ancora di saper leggere e scrivere, perché i nostri genitori erano e sono tutt’ora dediti al terrorismo sonoro di alta qualità e già in tenera età ci facevano ascoltare Ramones, Stooges (Mamma ha una fascinazione quasi religiosa per Iggy in ogni sua forma), Kortatu, Dead Kennedys, Rancid e un sacco di altra bella roba.
 C’è poi stata un’altra fase, coincisa con l’adolescenza, in cui ho ricontestualizzato tutto in maniera un po’ più “conscia”. Avendo frequentato fin dalle elementari una scuola piena zeppa di borghesi viziati e/o di arrampicatori sociali della peggior specie (quotidiana palestra di odio di classe) e abitando in una periferia popolare, non è tardato il mio avvicinamento al punkhardcore più politicizzato (sia italiano che americano), che per molti versi era la colonna sonora perfetta per sottolineare il divario di notevole alienazione che vivevo, e il mio non volersi conformare a una realtà percepita come molto ostile e reazionaria.
Una delle cose che maggiormente mi affascinava (e mi affascina) del punk e dell’hardcore era il fatto che affrontassero temi sempre attuali in maniera molto esplicita e che fornissero una chiave interpretativa del presente improntata all’azione e non all’accettazione passiva della realtà. Sono stati portali culturali che hanno contribuito enormemente a formare la mia persona e il mio pensiero, spesso più di quanto la scuola sia mai stata interessata a fare. Se non fosse stato per certa musica e per l’approccio che promuoveva, probabilmente non mi sarei mai avvicinato né all’anarchismo, né al pensiero libertario e avrei snobbato tonnellate di letteratura interessante che a scuola mi hanno fatto letteralmente detestare, spesso per una totale mancanza di contestualizzazione.
Quindi sì, la mia vita ruota molto intorno alla musica, perché fortunatamente la musica non è mai “solo” musica, anche se non potrei mai considerare la mia attività musicale come un lavoro. Soprattutto ultimamente avverto maggiormente il bisogno di fare altro. Uno dei modi migliori per scrivere musica sentita e rilevante è fare altro.

RP: Hardcore punk e mercato discografico, possono andare a braccetto le due cose o la musica di un certo tipo deve restare indipendente?
LP: Domandona su un argomento infinitamente vasto. Diciamo che l’esistenza del mercato (discografico e non) bisticcia spesso e volentieri con le passioni in generale, non solo per quanto riguarda l’hardcore punk. Quindi, più che andare a braccetto coesistono in rapporti più o meno conflittuali a seconda di cosa si sceglie di fare/dire in un determinato contesto. È un discorso che secondo me va un po’ al di là della classica domanda “cosa è punk” e “cosa è hardcore”. La massificazione e commercializzazione di certe sonorità avvenuta negli anni ’90, cosi come la rivoluzione digitale più recente, hanno sconvolto abbastanza le regole del gioco in maniere non sempre ovvie per chi certi periodi se li è sempre e solo sentiti raccontare. Non penso che nessuno di questi fenomeni abbia portato con sé esclusivamente cambiamenti positivi o negativi di per sé, ma credo piuttosto che la cosa più difficile da fare oggi sia il trovare un modo efficace per comunicare e sopravvivere, in un mondo che è cambiato parecchio in relativamente poco tempo, e dove spesso la narrativa che si restituisce degli eventi sembra avere soppiantato l’importanza fatti concreti.
Ovviamente non ho una risposta definitiva su cosa si intenda per “indipendente” nel 2019. Considerando che attraverso l’autoproduzione si crea, appunto, un prodotto e lo si immette in un una società che, piaccia o no, funziona come un mercato, la catena mercantile che sta alla base di questa società non ne risulta minimamente intaccata o spezzata. Poi si può scegliere di creare un prodotto che parli a un pubblico più o meno “di massa” (forse oggi sarebbe più accurato dire “di sciame”), o di infischiarsene e di costruire qualcosa secondo ad altri criteri, diversi da quelli che la società impone come dominanti. Ho sempre prediletto il secondo approccio, perché il punk che mi piace è sempre stato incentrato su un messaggio politico radicale e decisamente poco “diluibile” e penso che il compito del punk sia prima di tutto spiazzare l’ascoltatore e spingerlo a porsi delle domande sul funzionamento del mondo che viviamo, possibilmente stimolandolo alla ricerca e all’agire in direzione contraria alla società capitalista. Per fare questa cosa, però, esistono molti modi e non è detto che una cosa che funzioni e arrivi a Tizio abbia lo stesso effetto su Caio o a Sempronio, date le loro differenti sensibilità. Ci sono gruppi punk rock che, pur facendo musica orecchiabile e pur essendo scesi a compromessi per quanto riguarda la distribuzione dei loro dischi ecc…, sono riusciti a mantenere intatto il proprio (sempre criticabilissimo) messaggio, diluendolo poco o per nulla (un esempio che mi viene in mente sono gli Anti-Flag di For Blood and Empire) e che hanno saputo spalancare portoni a un sacco di gente prima di allora ignara dell’esistenza di certe cose, mentre vi sono invece altri gruppi che si professano “indipendenti” (alcuni direbbero indie) e si limitano a produrre innocua e compiacente musica pop per masse di ragazzini viziati. Rispetto in qualche modo i primi, pur avendo scelto di perseguire i miei progetti e le mie passioni secondo ad altre modalità, mentre mi fanno un po’ pena i secondi, che in termini di impatto comunicativo non sono poi tanto diversi da molti preti della purezza integralista underground che si incontrano in giro.
 In sintesi: Ma esiste veramente la musica indipendente? Se sì in che misura? Sono domande che vale sempre la pena porsi, ma dare una risposta può risultare più difficile del previsto se si vuole sviscerare la questione. Quello di cui sono abbastanza certo è che, musica o no, la società mercantile non ci stia portando in un posto bello, con conseguenze deleterie si quello che, dovrebbe contare di più: la comunità.

RP: Consigliaci tre album o e.p. usciti nel 2019.
LP: Per me un graditissimo ritorno è stato quello dei Ghetto 84 di Bologna, che col loro nuovo LP, Ultras Rock’n’Roll, hanno tirato fuori un discone praticamente a pari merito col loro capolavoro del ‘95 A Denti Stretti(forse il mio disco Oi! italiano preferito). Poi c’è l’esordio omonimo dei Fronte della Spirale di Campobasso, purtroppo prematuramente sciolti. Mi resterà sempre il rimpianto di non essere riusciti a vederli dal vivo. Belli anche la cassetta/Ep dei Destinazione Finale e il nuovo dischetto in CD dei Minoranza di Uno.
Tra le uscite di Lanterna Pirata invece sono particolarmente contento di avere contribuito all’uscita del 4-Way Split 4 Fulmini, che contiene quattro gruppi di amici (5MDR, Losco’s Brigade, Zona d’Ombra e Shameless) di cui ho sempre avuto stima profonda, e all’esordio dei giovani genovesi Almenoseimetridaterra.

RP: Lanterna Pirata compie gli anni, un desiderio spegnendo le candeline sulla torta?
LP: Sarebbe bello continuare a incontrare belle persone con cui fare bei dischi per almeno altri dieci anni o più.
 Inoltre non mi dispiacerebbe potere assistere alla fine della società capitalista e vedere sparire dalla faccia del pianeta le guardie in ogni loro forma o declinazione. Chiedo troppo? Forse, ma è pur sempre lecito sognare.

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