Recensione: Crisis Benoit – Night of the living deatmatches

Un sound che spacca le ossa 

I Crisis Benoit hanno una storia breve ma travagliata: nascono nel 2017 come un gruppo powerviolence essenziale di 4 elementi quasi per gioco, poi diventano 3, infine si stabilizzano in duo nel 2018. Se però le primissime uscite erano caratterizzate da uno spazzoso powerviolence arrogante e minimale, con Icon of Violence le cose hanno iniziato a cambiare introducendo pattern metallici.
Night of the living deathmatches enfatizza al massimo questo cambiamento, non solo nel sound. La prima cosa che ho notato, infatti, non è stata in realtà l’evoluzione musicale, ma l’ampliamento dell’immaginario del duo, che condensa in 27 minuti, un videoclip e una manciata di versi molte delle sue passioni: il metal old school putrescente, il wrestling estremo, il cinema horror, il tutto amalgamato in salsa gloomy.

L’immagine evocata è insomma quella di Lucio Fulci con la maschera da luchador e la maglietta degli Autopsy che massacra Vince McMahon a colpi di neon (che bella rima!). Al passaggio dal “solo” wrestling al culto del Deathmatch ed ad un’immaginario più orrorifico corrisponde un’evoluzione dello stile musicale, che si sposta da un grind/powerviolence minimale ad un death/black metal sparato altrettanto diretto ed essenziale, ma ricchissimo di riferimenti disparati: gli Autopsy (che sorpresa!) ed il thrash metal brasiliano la fanno da padroni, ma si sente anche il black metal nordeuropeo e tantissimo death metal californiano fine-ottantino; tutti ingredienti che poi si amalgamano perfettamente in un approccio che punta (quasi) sempre all’essenzialità nei riff ed alla violenza sono. In mezzo i blast beats possiamo quindi scorgere patterns midtempo, arpeggi, melodie in tremolo e pure qualche riffozzo che rimanda ai Cannibal Corpse di Eaten Back To Life. Il risultato è, a dispetto delle premesse, un album sì variegato, ma assolutamente omogeneo ed alla fine riesce ad essere anche originale nel risultato complessivo, reso compatto anche da Beats di batteria veramente minimali, che danno al tutto un sapore molto più punk, valorizzato da una produzione pulita, ma non laccata.
Insomma: questa svolta Metal ci piace e pure tanto.
Voto: 666.
PS: Menzione d’onore per le cover di “Breaking The Law” dei Judas Priest (qui: Breaking the Bones) e Last Caress dei Misfits che sono però in realtà, a dispetto di quanto immaginereste, molto fedeli alle originali.
Sinceramente, un tocco di classe.

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