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PATH: a briglia sciolta e 7 seconds

A briglia sciolta. Ho preso un’agenda e nello scrivere  ho calcato fino a bucare il foglio, buona la prima, senza cancellature

Caro Diario. 
Tengo diari da quando ho sedici anni. 
Ma sono andati tutti perduti, lasciati nei backstage dei festival, scomparsi durante qualche trasloco, dimenticati su un treno chissà dove. 
Mi chiedo cosa penserà di me chi lo trova
Il fonico di Genova, il nuovo inquilino di via Marchi, la ragazza che si sedette al mio posto quando saltai giù dalla carrozza a Barletta. 
Sarebbe stato interessante se avessero trovato un manoscritto in ordine, pagine impeccabili avvicendarsi regolari come i giorni del mese; sarebbe stato stimolante, un po’ come i diari impolverati di secoli, che svelano il teatro di un’epoca, il ritratto di un uomo, o di una donna. 
Invece il mio fonico, il mio nuovo inquilino, la mia ragazza del treno hanno tenuto tra le mani un papier sconnesso, pensieri poco articolati, rabbiosi, pezzi di stupide canzoni mezze cancellate, senza senso, disegni osceni: i miei testimoni si sarebbero trovati solo ad unire i punti che tracciano l’immensa solitudine, senza data leggibile, inservibile alla storia.

Silenzio

Hai mai sentito il silenzio, quello vero? 
Che il battito cardiaco sembra un bombardamento, e il respiro vento forte in campagna? 
Che ti accorgi di quel fischio nell’orecchio, e dai un colpo di tosse per essere sicuro di non essere diventato sordo? 
Che pensi che non è possibile tutto questo silenzio, qui, oggi, e cominci a sperare che qualcuno o qualcosa lo rompa, ma non vuoi essere tu? 
Il telefono non squilla da settimane 
Il citofono tantomeno 
Non una voce dalla strada 
Il mio cane non abbaia 
Lontano qualcuno comincia a spaccare un tronco di legno. 
E mi ci aggrappo con tutta la forza che ho. 

7 seconds. Quattro artisti hanno sfondato la mia soglia dei 7 secondi di attenzione con i loro dischi negli ultimi due mesi.

Non mi colpisce quasi più niente. 
Il tempo è passato ed io mi sono musicalmente impigrito, sono diventato il prototipo del tester da Spotify: hai 7 secondi per beccarmi. 
Altrimenti, io skippo. 
Cosa rimane?

Bricì, al secolo Marco Colagioia, una vecchia conoscenza del punk-hardcore molisano, riesce paradossalmente a catturarmi in un dedalo in cui non mi faccio fregare facilmente: il cantautorato. 
É un genere in vorticosa caduta libera, ormai trito, ma “So youth for the coccia sane” mi inchioda alla sedia per 4 o 5 ascolti consecutivi, intenso, verace, ruvido, un dialetto aspro del sud grattugiato “grosso” su uno stile di songwriting che sembra aver bypassato (per fortuna?) gli ultimi venticinque anni accademici. 

Gab de la vega atterra dai suoi giri intorno al globo con un disco, “Beyond space and time”, che sotto la corazza di una serenata al brit-rock nasconde la solita animaccia del cantautore bresciano: la franchezza, il tiro, il sentimento. 
Se il mondo uscirà vivo da questa apocalisse Gab & the Open Cages ripartiranno da questo disco, dal suo tour di supporto, da lì dove avevano lasciato.

Facendo un salto in USA, chi ha fatto l’ennesimo discone è Jake la Botz con “They’re comin’ for me”. É un songwriter blues/folk che mi accompagna ormai da più di 10 anni, è stato fedele colonna sonora di momenti bui e bagni di sole, si può dire che gli voglia bene (Se vi interessa il suo capolavoro resta sempre il minimale “Sing this to yourself” del 2008. 

E l’Oi!? Sinceramente per trovare un gruppo buono bisogna scavare a pala e piccone ultimamente, ma ho sentito un pezzo degli Stiglitz di Genova e mi hanno fatto tornare il sorriso, a volte penso che solo in Liguria ci sia quel modo sfacciato di suonare il real punk, che ti fa pensare a un gruppo di ragazzini che urla in strada, e non a un coatto alcolizzato che canta come un molosso. 
Per il resto, la fine di questa lunga quarantena dovrebbe portare con se dei dischi eccezionali, qualcosa ho sentito in anteprima (non dirò chi), in particolare One Snack Band, City 493, Rocker Ritz (registrato da me a Folk Beat Vendetta), Dalton.

A Briglia Sciolta e 7 Seconds di Path

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