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punks against sweatshops

Punks Against Sweatshops

Punks Against Sweatshops di Punk Ethics mi sta particolarmente a cuore

Oggi, nessuna scoperta musicale, film o libro, ma un’iniziativa che merita di essere raccontata, perché non sembra naturale per tutti, ed è qui che sta il problema.

Ho menzionato in diverse occasioni la viscerale incomprensione che provo nei confronti di alcuni aspetti della società, il mio rifiuto del capitalismo, della corsa al profitto, dell’ingiustizia e dello sfruttamento. Ho anche detto più volte quanto sia importante per me che un gruppo prenda posizione su questo tipo di argomenti. E la coerenza del collettivo Punk Ethics è esattamente ciò di cui ho bisogno.

Punk Ethics, che cos’è?

Punk Ethics è un progetto collettivo DIY britannico che mira a promuovere gli elementi progressisti della scena punk mondiale. Nella loro presentazione, ricordano da dove è nato il movimento punk, cioè dal rifiuto di una società da parte di persone rifiutate da quella società. Evocano questa scena punk che rifiuta la gerarchia e l’oppressione, schierandosi dalla parte dei diseredati, lottando per i diritti degli esclusi e sostenendo il DIY. Con le loro campagne, eventi e azioni di solidarietà, operano per rendere il punk, questa forma d’arte, un movimento sociale. Per saperne di più su Punk Ethics, le loro azioni, eventi, campagne, ecc, vi invito, anzi vi ordino, di andare sul loro sito web, seguirli su Facebook, Twitter, Youtube, o Instagram.

E Punks Against Sweatshops? Punks Against Sweatshops (vedi qui) è una campagna che Punk Ethics ha lanciato nella primavera del 2019. Ha tutta la coerenza che mi sembra ovvia. Sweatshops? È un termine inglese, ed è quello che possiamo chiamare “fabbrica del sudore” o dello sfruttamento. Manifattura, officina o fabbrica, molto spesso nell’industria tessile, dove i dipendenti sono sfruttati, e dove troviamo tutta una serie di porcherie: salari da povertà, precarietà, lavoro minorile, lavoro forzato, orari di lavoro indecenti, varie forme di abuso… In breve, sfruttamento, cioè la moderna schiavitù vera e propria. Il genere di cose che non si possono sostenere, cazzo.

L’iniziativa Punks Against Sweatshops

È qui, per me, che si trova tutta la coerenza dell’idea. Il punk che sostiene la giustizia sociale e ha a cuore la difesa degli oppressi, non può ragionevolmente sostenere pratiche come quelle degli sweatshop. Eppure il merchandising, le felpe, le t-shirt ecc, sono parte integrante della scena punk. Cominciate a capire dove voglio arrivare? Chi si fa davvero domande sul prodotto, sul contesto di fabbricazione? A quali condizioni lavorano le persone che l’hanno confezionato? È una sporca ipocrisia proclamarsi contro queste forme di ingiustizia, partecipando al loro sviluppo e facendo in modo che continuino. Sia i gruppi che i consumatori dovrebbero essere responsabili rispetto a ciò.

Per questo motivo Punks Ethics ha collaborato con No Sweat, per lanciare la campagna Punks Against Sweatshops (vedi qui) e difendere i diritti dei lavoratori tessili. Punks Against Sweatshops invita le band a impegnarsi ad acquistare i loro prodotti tessili da fornitori etici e a far uscire gli Sweatshop dalla scena punk. Molte band hanno già aderito alla campagna coerentemente con le loro prese di posizione e i loro testi. Tra questi ci sono Propagandhi, Jello Biafra, Crass, Petrol Girls, Wonk Unit, Oi Polloi, The Restarts, ecc…

È tutto riassunto nel video della campagna:

E più in generale?

Questa campagna è in linea con un’idea più generale dalla quale non demordo: la responsabilità del consumatore. Per me è davvero elementare; se si acquista, continuerà ad essere prodotto per soddisfare la domanda. La banale legge della domanda e dell’offerta. Già sento dire, oh, ma è più complicato di così… E allora? Continuiamo a giocare a questo gioco mentre ci offendiamo e ci insultiamo?

Beh, no. Per me il consumatore ha un potere reale, per quanto sia comodo non volerlo ammettere. Le sue scelte di consumo possono far leva sulle scelte di produzione. Basta guardare l’intera gamma di prodotti vegani che sono arrivati negli ultimi anni per soddisfare una forte domanda. Certo, è sempre la stessa ricerca del profitto da parte degli industriali, ma se aiuta a cambiare le cose, perché privarsene? È lo stesso per tutto, anche per i prodotti tessili. Mi riferisco in particolare alla Fair Wear Foundation, una fondazione creata in Olanda, che lavora per garantire il rispetto delle condizioni di lavoro dignitose nelle aziende del settore. Tra le altre cose, il loro sito web contiene un elenco di marchi controllati che rispettano il loro codice di condotta sul lavoro. Andate sul loro sito per saperne di più.

In breve, Punks Against Sweatshops è un’iniziativa che per me è completamente in linea con i valori punk. Più a livello globale, se volete davvero combattere qualcosa, fatevi le domande giuste. Assicuratevi di non sostenere o incoraggiare ciò che dite di combattere. Smettete di vendere merda, smettete di comprare merda. Cazzo.

Abbiamo tradotto questo articolo dal blog francese Once Upon A Punk. Potete trovare l’articolo originale qui.

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